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Quello che forse non sai sulle obbligazioni

Un’idea che (quasi) tutti hanno, ma che non è del tutto vera

 

C’è una convinzione molto diffusa tra gli investitori, ed è questa: “le obbligazioni, in fondo, vanno sempre bene. Al massimo rendono poco, ma non si perde.”

È un’idea comprensibile — nasce dal fatto che un’obbligazione ha una scadenza fissa, un rimborso prefissato, una cedola nota, quando a tasso fisso. Sembra tutto scritto, tutto certo. E in un certo senso lo è: se acquisto un titolo e lo tengo fino alla scadenza, quel rendimento è effettivamente quello che otterrò (salvo eventi straordinari come un default dell’emittente).

Il problema è che questa certezza vale solo a una condizione: che io non abbia bisogno, o non decida, di vendere prima della scadenza.

E qui entra in gioco un concetto che pochi investitori conoscono davvero, ma che è probabilmente il più importante di tutti quando si parla di obbligazioni: la duration.

 

Cos’è la duration, spiegata senza formule

 

Senza entrare nella matematica finanziaria, possiamo pensare alla duration come a un numero che ci dice quanto è sensibile il prezzo di un’obbligazione (o di un fondo obbligazionario) alle variazioni dei tassi di interesse.

Più la duration è alta, più il prezzo dell’obbligazione si muove — in un senso o nell’altro — quando i tassi cambiano. Una duration di 7 anni, ad esempio, significa (in prima approssimazione) che se i tassi di mercato salgono di un punto percentuale, il valore di quell’obbligazione scende di circa il 7%. E viceversa, se i tassi scendono, il valore sale.

Questo non è un difetto del titolo, né un segnale che “qualcosa è andato storto”. È semplicemente come funziona la matematica delle obbligazioni. Ma è un meccanismo che, se non viene spiegato, può trasformarsi in una sorpresa molto sgradevole.

 

“Ho comprato un’obbligazione e ora è in perdita: com’è possibile?”

 

È una delle domande che, nella mia esperienza, sento più spesso — e capisco perfettamente lo spiazzamento di chi me la pone. L’obbligazione viene percepita come lo strumento “sicuro” per definizione, quello che si compra per non rischiare. Scoprire che il suo valore può scendere, anche sensibilmente, sembra quasi un controsenso.

Eppure non lo è. È esattamente lo stesso principio che si applica — semplificando — a un immobile: se ho comprato casa a un certo prezzo e ho bisogno di venderla in un momento in cui il mercato immobiliare è debole, probabilmente la venderò a un valore inferiore a quello pagato. Questo non significa che la casa sia un cattivo investimento in assoluto. Significa che il momento della vendita, rispetto al momento dell’acquisto, fa la differenza.

Per le obbligazioni vale lo stesso: il prezzo “intermedio” — quello che vedo sull’estratto conto oggi — riflette le condizioni di mercato di oggi, non quelle che esistevano quando ho comprato il titolo, e non necessariamente quelle che esisteranno alla scadenza.

 

Il principio chiave: la duration dovrebbe rispecchiare il tuo orizzonte temporale

 

Qui arriviamo al punto, a mio avviso, più importante — e più trascurato — di tutta la pianificazione obbligazionaria.

La duration di un investimento obbligazionario dovrebbe essere coerente con l’orizzonte temporale per cui quei soldi sono pensati.

Se ho un obiettivo a 3 anni (ad esempio, una somma che mi servirà per una spesa programmata), e investo in titoli o fondi con una duration di 8-10 anni, mi sto esponendo a un rischio che spesso non ho nemmeno valutato: se tra 3 anni i tassi sono saliti rispetto a oggi, il valore di quell’investimento potrebbe essere inferiore a quanto avevo investito — e io mi troverei a dover “incassare” quella perdita, perché ho bisogno di liquidare in quel momento.

Al contrario, se quei stessi titoli li avessi tenuti per i 10 anni “giusti” (cioè coerenti con la loro duration), l’oscillazione di valore nel mezzo del percorso sarebbe stata, con tutta probabilità, irrilevante — perché sarei arrivato comunque a scadenza, o comunque il prezzo si sarebbe “normalizzato” col tempo.

In altre parole: non è l’obbligazione in sé a generare il rischio di perdita. È il disallineamento tra la durata dello strumento e la durata del bisogno.

 

“Ma io non penso di vendere prima…”

 

Capisco questa obiezione, ed è legittima. Ma l’esperienza — anche personale, di chi lavora ogni giorno con le persone e i loro patrimoni — insegna che gli orizzonti temporali cambiano, anche quando partiamo convinti che non cambieranno.

Cambia un progetto familiare. Si presenta un’opportunità (o una necessità) imprevista. Cambiano le condizioni di lavoro, di salute, di vita. E in quel momento, l’investimento che pensavo di “non toccare mai” diventa, all’improvviso, qualcosa che devo liquidare.

Per questo, quando costruisco una componente obbligazionaria all’interno di un portafoglio, una delle domande che mi pongo — e che pongo — non è solo “quale rendimento offre questo titolo”, ma “se dovessi vendere prima del previsto, in che condizioni mi troverei?”. È una forma di gestione del rischio che va oltre il singolo prodotto, e riguarda la coerenza complessiva tra strumenti e bisogni.

 

E le azioni? Lo stesso principio, ma spesso lo dimentichiamo

 

Vale la pena fare un parallelo, perché lo stesso ragionamento — sorprendentemente — viene applicato molto meglio (quasi istintivamente) agli investimenti azionari, eppure viene comunque spesso dimenticato in un punto cruciale.

Tutti sanno, almeno in teoria, che le azioni “nel lungo periodo” tendono a generare buoni rendimenti, ma che nel breve possono attraversare fasi anche molto negative. Questo viene generalmente accettato. Il problema è che molti investitori, quando arrivano davvero al momento di aver bisogno di quei soldi, si trovano a dover vendere in una fase di mercato sfavorevole — e a quel punto la “perdita teorica sulla carta” diventa una perdita reale, realizzata.

Il principio è identico a quello delle obbligazioni: non è il tipo di strumento a determinare se subirò o no una perdita. È la relazione tra il momento in cui ho bisogno della liquidità e il momento in cui i mercati (di qualsiasi tipo) si trovano.

La differenza è che, mentre per le azioni questo concetto è — bene o male — nell’immaginario collettivo, per le obbligazioni viene quasi sempre dato per scontato il contrario: che siano “sempre sicure, sempre disponibili, sempre senza perdite”. E questa è la convinzione che, se non corretta, può generare le maggiori delusioni.

 

Cosa significa, in pratica, per la costruzione di un portafoglio

 

Tradurre questo principio in scelte concrete significa, in sintesi:

  • – Definire con chiarezza per cosa è destinato ogni segmento del portafoglio, e quando probabilmente servirà.
  • – Costruire la componente obbligazionaria scegliendo duration coerenti con questi orizzonti — non semplicemente in base al rendimento più alto del momento.
  • – Gestire questa coerenza in modo dinamico, perché tassi, scadenze e bisogni personali cambiano nel tempo, e un allineamento corretto oggi può non esserlo più tra due anni.
  • – Avere sempre chiara la differenza tra valore di mercato (quello che vedo oggi sull’estratto conto, che oscilla) e valore a scadenza (quello che, salvo eventi straordinari, otterrò se non vendo prima).
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In conclusione

 

Le obbligazioni restano, oggi più che in passato, uno strumento importante per costruire portafogli solidi. Ma “importante” non significa “senza rischi”, e “rischio” non significa necessariamente “azioni sì, obbligazioni no” — significa, più semplicemente, coerenza tra tempo e strumento.

È un concetto semplice da spiegare, ma che richiede attenzione e pianificazione per essere applicato bene. Ed è esattamente il tipo di analisi che, nel mio lavoro quotidiano, dedico a ogni portafoglio: non solo “cosa c’è dentro”, ma “è coerente con i tempi e gli obiettivi di chi lo possiede?”.

Se vuoi capire se la struttura del tuo portafoglio obbligazionario è coerente con i tuoi orizzonti temporali, possiamo analizzarla insieme — senza impegno e con la massima trasparenza.


 

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